21 - 01 - 2017

Un pittore per la chiesa di San Domenico a Rieti



Il cavaliere Antonio Concioli da Pergola e la tela della Canonizzazione.

Chiesa di San Domenico - RietiNel quadro generale della storia dell’arte, e dell’arte sacra in particolare, le Marche hanno rappresentato ben altro che un confine: esso si è rivelato, infatti, uno spazio di transito, un’area di decantazione in cui sono maturate esperienze tecniche innovative, si sono affinate modalità stilistiche ed espressive, si sono affermati modelli, immagini, forme, colori destinati ad essere trasmessi, replicati, altrove riproposti.
Quasi un passaggio obbligato per i traffici di merci, di uomini e di idee provenienti dall’area padana nonché dai grandi porti dell’Adriatico, il vasto e multiforme territorio marchigiano s’innerva, dalla spina dell’Appennino, declinando fino alla costa con la sequenza dolce e ubertosa delle sue colline affacciate sulle diagonali delle popolose vallate solcate dal corso dei fiumi, fino a saldarsi con l’area più interna di quello che fu per secoli il Patrimonio di San Pietro.

È dunque a tutt’oggi tangibile, notevole per qualità e cospicuo per numero di opere, il lascito  dell’arte marchigiana nel territorio della diocesi di Rieti, contermine con la diocesi di Ascoli Piceno: basti ricordare, scegliendo fra le tante testimonianze, la diffusione della tipologia della Vesperbild, che approda attraverso le botteghe camerinesi in Abruzzo e nel Reatino, i segni del passaggio dei Bianchi Battuti con le repliche degli affreschi del miracolo dei pani e della Madonna dell’Olivo, destinati a stringere con la maturazione di un comune lessico pittorico, popolare ma mai plebeo e vernacolare, le relazioni fra l’Umbria e le Marche, oltre alle opere più note e meglio studiate, come il ciclo di affreschi realizzati al tramonto del Quattrocento da Pier Paolo da Fermo nella chiesa di Santa Maria della Filetta.
Negli ultimi due secoli, molti sono stati i fattori di trasformazione storica, economica, sociale, che hanno determinato la soppressione delle congregazioni religiose, il progressivo spopolamento della montagna, la chiusura di tanti luoghi di culto ed hanno esposto al rischio del depauperamento del patrimonio di beni artistici di matrice ecclesiastica.
Per questo motivo, fin dagli inizi del Novecento i vescovi avvicendatisi alla guida della diocesi reatina si sono impegnati in un’assidua opera di tutela e conservazione, promuovendo fin quando è possibile il consolidamento delle antiche costruzioni e la salvaguardia in loco degli affreschi e delle opere d’arte, garantendo altrimenti la custodia, la catalogazione, la valorizzazione dei manufatti presso la sede del Museo dei Beni Ecclesiastici.
Il pioniere della conservazione del beni culturali ecclesiastici fu monsignor Bonaventura Quintarelli, alla guida della Diocesi di Rieti dal 1895 al 1915, anno della sua morte.
Monsignor Quintarelli, al cui munifico intervento si deve il consolidamento della torre campanaria della cattedrale, la cui staticità era stata compromessa dal terremoto del 30 giugno 1898  tanto da indurre i tecnici della Regia Soprintendenza a decretarne l’abbattimento, ebbe infatti la sensibilità di raccogliere durante le sue visite pastorali tutti gli oggetti liturgici incustoditi nelle tante pievi rurali abbandonate, nelle chiese e nei complessi ex conventuali del territorio soggetto alla sua opera pastorale.
Così, il canonico Leopoldo Quintarelli, segretario e nipote del vescovo,  ne celebrava  la memoria sottolineandone l’impegno nella tutela del patrimonio storico-artistico della Chiesa locale: «raccolse e comperò a sue spese oggetti artistici sacri (…) che la insipienza e la ignoranza dei detentori lasciavano trascurati nelle soffitte e che sarebbero certamente andati perduti, se il provvido intervento (…) non li avesse messi in rilievo ed onore. Con l’andar degli anni aveva nell’Episcopio adibito un corridoio – che servì un tempo da cappella privata del Vescovo – e in un grande armadio chiuso, conservava gli oggetti d’arte sacra raccolti nelle sue pastorali peregrinazioni. Questo piccolo museo, ricco di tanti oggetti di cui l’occhio esperto e competente di mons. Quintarelli aveva saputo riconoscere il valore artistico, alla sua morte fu lasciato in donazione al Museo Civico di Rieti che vide così aumentata la serie di tesori d’arte di cui è ricco»1.
Allora, né i tempi né le circostanze erano certo maturi perché si potesse ipotizzare l’apertura di un Museo d’arte sacra: i beni ecclesiastici raccolti da  monsignor Bonaventura Quintarelli confluirono dunque nella collezione del Museo Civico, aperto nel 1865 nel complesso ex conventuale degli Agostiniani e riallestito nel 1909 presso il palazzo comunale di Rieti.
Lunghi decenni trascorsero fino a che nel 1974, poté essere inaugurato da monsignor Dino Trabalzini, all’epoca vescovo di Rieti, il Museo del Tesoro del Duomo nell’allestimento curato da Luisa Mortari, appassionata conoscitrice della storia dell’arte sabina che fin dal 1957 curato un’importante mostra sull’arte locale e, nel 1961, aveva redatto il catalogo e provveduto al riassetto del Museo Civico.
Presso il Museo del Tesoro del Duomo trovarono spazio accanto agli arredi ed agli oggetti liturgici della cattedrale numerose opere provenienti da chiese abbandonate, comunque condannate al deperimento.
Il criterio espositivo dominante fu dunque eminentemente conservativo, non dissimile nella sostanza da quello adottato per il Museo Civico.
Nel corso di tre decenni, sono maturate le concezioni poste in atto, codificate dall’International Council of Museums e condivise dall’Associazione dei Musei Ecclesiastici italiani che individua ed indica la natura teologica dell’opera d’arte cristiana.

Antonio Concioli da Pergola e la tela della Canonizzazione
Dal 2004, l’attuale vescovo monsignor Delio Lucarelli2 ha promosso la creazione di un percorso espositivo più ampio ed articolato, che aggiunge all’aula del battistero di San Giovanni in Fonte gli spazi delle sagrestie della basilica inferiore, i suggestivi diverticoli duecenteschi del lapidarium e la maestosa sala delle udienze del palazzo papale ed è allestito mantenendo quanto più possibile integri l’uso liturgico e la valenza catechetica che distinguono i prodotti dell’arte sacra da qualsiasi altro manufatto.
Nel novero delle opere conservate presso il Museo dei Beni Ecclesiastici della Diocesi di Rieti non mancano certo le testimonianze della fecondità dei rapporti con l’area contermine delle Marche: fra queste, assumono particolare rilevanza storico-artistica le grandi tele eseguite sul finire del XVIII secolo dal cavalier Antonio Concioli per la chiesa dei Domenicani.

Il cavalier Antonio Concioli: note biografiche

Nato a Pergola da nobile famiglia nel 1736, Antonio Concioli si era formato a Bologna alla scuola  dei Galli Bibiena.
Completata la sua formazione artistica bolognese, scelse di compiere a Roma la sua carriera  artistica.
Accademico di San Luca, grazie alla protezione del cardinale Negroni fu incaricato di dirigere l’Accademia di disegno a San Michele a Ripa. A questo prestigioso incarico sarebbe più tardi seguito quello di direttore della fabbrica degli arazzi.
Collaborò con Pompeo Batoni, di cui divenne intimo amico.
Assai apprezzato dall’aristocrazia romana per l’eleganza e la vivacità delle sue opere,  lavorò per numerose chiese romane.
A Rieti, fu chiamato dal Capitolo della Cattedrale per il completamento della decorazione pittorica della cappella di Santa Barbara, patrona della città.
Per la comunità dei Padri Predicatori, eseguì le grandi tele destinate alle pareti laterali dell’abside della chiesa conventuale di San Domenico.
Morì a Roma nel 1820. Qui fu sepolto, presso la basilica dei SS. Apostoli.
Antonio Concioli merita di essere considerato ed apprezzato nella sua qualità di sagace interprete della trasformazione del linguaggio pittorico ormai in atto nella seconda metà del XVIII secolo, destinata a confluire ed a risolversi nel neoclassicismo.
La sua prerogativa saliente, che lo rese celebre fra i contemporanei e ne conserva la fama ai giorni nostri, va ricercata nell’abilità compositiva che sfrutta le grandi superfici delle pareti e delle tele conciliando felicemente, e non senza originalità, i cromatismi di una tavolozza opalescente, fastosa, luminosa, ancora debitrice della lezione barocca, con la sensibilità narrativa, storicizzante dell’evento, che maturerà nei decenni a venire.
Questi tratti peculiari della poetica messa a punto dal cavalier Concioli si ravvisano tanto nei dipinti della cappella di Santa Barbara, quarta a cornu Evangelii nella cattedrale di Rieti, quanto nelle tele della pinacoteca diocesana, concepite e realizzate fra il 1788 ed il 1791 per l’abside della chiesa dei Padri Predicatori.

Ileana Tozzi

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